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3. L’Informale in Europa

L'arte informale è, più o meno consapevolmente, la risposta artistica che l'Europa dà alla profonda crisi morale, politica e ideologica conseguente agli orrori messi in luce dalla seconda guerra mondiale.
E’ il 1951 quando il critico parigino Michel Tapié utilizza per la prima volta il termine Informel, un termine sfuggente, vago, ambiguo, eppure fortemente evocativo che corrisponde perfettamente ai moventi psicologici che vuole suggerire e richiamare.
In tal senso, “Informale” non significa “senza forma”, bensì “non-formalizzato”, ossia non fissato in un canone preciso, proprio perché appartenente a quel tumultuoso momento creativo in cui tutto poteva accadere e dove l’artista scende in campo in tutta la sua piena umanità. Una definizione che mostra la spiccata intenzione di rompere col passato, e che non indica specificamente né un movimento, né un gruppo, né un’avanguardia, ma soprattutto un’atmosfera. Emerge quindi nell’Informale una valorizzazione della “Materia”, del “Segno” e del “Gesto”, elementi che improvvisamente appaiono sufficienti a trasferire in opera la pienezza di una soggettività sofferta e carica di vissuto.

Il fatto che l’Informale sia sostanzialmente nato a Parigi dimostra il primato europeo che la Francia e la sua cultura ancora mantenevano sul sistema dell’arte europeo e mondiale. Ancor prima di qualunque definizione, il parigino Jean Fautrier già negli anni trenta anticipa un materismo di tipo informale, e più tardi, nel 1945 espone per la prima volta i suoi Otages (Ostaggi), un gruppo di opere sulla condizione esistenziale dell’uomo come “ostaggio” (del nemico, della storia, di se stesso).
Fautrier utilizza una tecnica originalissima , grazie a cui l’immagine sembra sorgere direttamente dalla materia pittorica sfatta, apparentemente informe, macerata, come se si trattasse di impronte lasciate dai corpi massacrati. Le opere, intensamente drammatiche ed evocative, produssero grandissima impressione tra i contemporanei, e da quel momento la materia divenne un elemento distintivo dell’Informale. 

La materia è l’elemento centrale anche dell’opera di Jean Dubuffet, instancabile sperimentatore di linguaggi e tecniche, e grande collezionistra, tra l’altro, di Art Brut, opere di alienati mentali. Per Dubuffet la materia è un conglomerato fatto dalle cose più disparate, come carta straccia, elementi vegetali, ali di farfalla, frammenti di dipinti precedenti, un magma da cui emergono forme solitamente umane, in una figurazione materica grottesca, quasi primitiva.
Per il tedesco-francese Wols, nome d’arte di Wolfgang Schulze, e per il francese André Masson, uno dei principali ispiratori di Pollock, più che la materia, è il segno l’elemento distintivo delle loro opere. In questi artisti il segno appare espressione di una scrittura automatica, una grafia minuziosa, quasi ossessiva, che tenta comunque di ricostruire una forma, figure abbozzate dall’aspetto spesso mostruoso, disegni e dipinti dalla fortissima drammaticità.
Se tra materia e segno esiste comunque ancora una distinzione precisa, la distinzione diventa assai più labile tra segno e gesto, il cui confine va identificato concettualmente più nelle motivazioni operative che nel risultato. Masson, per esempio, può apparire fortemente gestuale, ma il suo intento è comunque quello di raggiungere con il segno un risultato alla fine formale, per quanto nuovo.
Per altri artisti, invece, l’elemento importante è l’azione, cioè il gesto fisico che traccia, sgocciola, taglia, dissemina, e il risultato è come la memoria visiva di quell’azione. Ne sono esempio le opere del tedesco Hans Hartung che, trasferitosi a Parigi nel 1935, elabora un linguaggio basato inizialmente sul disegno astratto e sulla macchia, e successivamente, su un linearismo nero impulsivo e violento, in cui la riduzione cromatica si radicalizza nella assoluta predominanza del nero; uno stile propriamente informale, riconducibile ad una vera e propria “azione” sulla tela, che evolve successivamente anche attraverso delle vere e proprie graffiature sulla superficie cromatica.
Predomina il gesto anche nelle opere di Georges Mathieu, che dipinge grandi tele munito di lunghi pennelli, usati come fioretti in un duello in cui l’antagonista è la tela; si tratta di uno stile assai personale, caratterizzato da gesti impulsivi spesso su un fondo monocromo, un’esecuzione  rapida, irripetibile, priva di controllo razionale, che trattiene in sé l’istantaneità del tempo.
Tra gli artisti francesi informali vanno ricordati anche Pierre Soulages, Raul Ubac, Pierre Tal Coat, Gérard Schneider, Camille Bryen; informali, ma  più vicini ad un sapiente astrattismo, furono Serge Poliakoff, Maria Helena Vieira de Silva, Jean-Paul Riopelle, Maurice Estève e Alfred Manessiere.
Dalla Francia, in cui il linguaggio informale produsse le manifestazioni più precoci e consapevoli e dove trovò le prime teorizzazioni sistematiche, esso si diffuse, anche se con un certo ritardo, in Germania dove, a metà degli anni cinquanta, l’informale è rappresentato da Ernst Wilhelm Nay, Fritz Winter, uno dei fondatori di Zen 49, Willi Baumeister, ed Emil Schumacher, interprete di uno stile istintivo, dove predomina uno spiccatissimo senso del colore distribuito in macchie pulsanti fortemente contrastate.
Molto importante ed effervescente l’informale in Spagna, dominato dalla personalità di Antoni Tàpies che, intorno alla metà degli anni cinquanta, inizia a sostituire la rappresentazione delle cose con le cose stesse, adoperando sulla tela o sulla tavola i materiali più vari, offerti come “figura” di sé stessi. Accanto a Tàpies, capostipite e maestro indiscusso, cresce una generazione di artisti spagnoli che vedono nel “grido” informale un’affermazione di libertà; tra questi: Antonio Saura, Manolo Millares, Rafael Canogar, Modest Cuixart, che interpretano l’informale come un groviglio di carne e sangue, secondo la tradizione più tipica della pittura spagnola.
Nelle poetiche esistenziali e informali rientrano anche le sperimentazioni segnico-gestuali e materiche del gruppo CoBrA, fondato nel 1948 da Asger Jorn dalla fusione di tre gruppi preesistenti, e così chiamato, da Christian Dotremont, dalle iniziali delle città di Copenhagen, Bruxelles e Amsterdam da cui provenivano i componenti, tra i quali anche Karel Appel, Corneille, Constant e Pierre Alechinsky. Lo stile CoBrA è caratterizzato da pennellate incisive e violente, colori saturi e dalla presenza di immagini insieme astratte e figurative, derivate spesso dall’arte folk o primitiva, con contenuti emozionali sempre assai intensi, oscillanti fra l’orrore e la beatitudine. Pur sopravvivendo appena tre anni, CoBrA attrasse aderenti in molti paesi europei ed ebbe notevole influenza sulle avanguardie successive.
Una posizione decisamente marginale nei confronti dell’Informale la ebbe l’arte inglese, mentre al di fuori dell’Europa, in Giappone gli artisti del gruppo Gutai forniscono interessanti esempi di pittura che utilizza i codici dell’informale, pur interpretandoli in modo spesso assai originale, agendo e dipingendo seguendo una branca della filosofia zen della vita.
 



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