5. L'Informale in Italia
“Segno”, “Gesto” e “Materia” sono gli elementi che, negli anni cinquanta, caratterizzano l’Informale anche in Italia. E’ in questo periodo e con questo linguaggio che l’arte italiana rientra a piano titolo nella cultura europea. Soprattutto Milano e Roma diventano i centri catalizzatori della nuova arte, e su tutti giganteggia la figura carismatica di Lucio Fontana, con le sue formidabili innovazioni linguistiche dei “buchi” e dei “tagli”. L’Informale italiano arriva così a costituire una grossa fetta dell’Informale europeo, con nomi noti a livello internazionale e un ambiente culturale vivissimo.
In effetti, sebbene la situazione artistica italiana, tra il 1945 e il 1960, presenti caratteristiche comuni a quelle degli altri paesi europei, di fatto sviluppa sostanziali elementi distintivi. Alle poetiche dell’Informale, infatti, si sovrappone una cultura che non sempre, e non del tutto, si era liberata dal proprio rapporto con la tradizione figurativa precedente.
Non tutte le ricerche artistiche italiane degli anni cinquanta, infatti, possono essere comprese nell’Informale vero e proprio, a causa di una diffusa tendenza, formalizzatrice e compositiva, tipicamente italiana, anche quando si vorrebbero esprimere le pulsioni, le paure e il lato irrazionale della vita. Nell’Informale italiano, dunque, permane un aspetto compositivo e formale, rintracciabile anche sotto il segno o il gesto più violenti.
Tra gli artisti più rappresentativi dell’arte italiana degli anni cinquanta, e non solo, c’è certamente Lucio Fontana, che domina la scena artistica italiana e conquista il successo internazionale. Il lavoro di Fontana, pur sostanzialmente basato sulla poetica del gesto – evidentissima soprattutto nei “tagli” realizzati a partire dal 1957- di matrice certamente Informale, presenta però connotazioni anomale che ne fanno una sorta di eccezione notevole per la complessità delle implicazioni e per le influenze sulle successive generazioni di artisti, in Italia e all’estero.
Grande scandalo e accese critiche furono suscitate dai “tagli”, le opere più famose di Fontana, il cui vero titolo è per tutte Concetto spaziale, inizialmente interpretate come una provocazione con cui l’artista voleva dimostrare l’artificiosità e la vuotezza dell’arte contemporanea. In effetti, se si considera tutto il lavoro artistico svolto da Fontana a partire dagli anni trenta, si comprende come i suoi “tagli” siano in realtà coerenti con lo sviluppo innovativo del linguaggio dell’arte e, nel contempo, in armonia con i valori formali della grande tradizione artistica italiana. Oggi, infatti, l’opera di Fontana non si considera più come una provocazione, ma come la volontà geniale di andare oltre la superficie senza però rinunciare al classico campo d’azione artistica, simboleggiato proprio dallo spazio della tela.
Un altro grande rappresentante dell’Informale in Italia è Alberto Burri, che ne rappresenta il versante materico. Nel 1951 è tra i fondatori del Gruppo Origine, con cui si vogliono prendere le distanze sia dalla pittura figurativa che dall'astrattismo formalista e accademico proprio di tanti giovani artisti degli anni '40. E’ all’inizio degli anni cinquanta che Burri elabora un linguaggio originalissimo, di grande forza espressiva, basato sull’uso diretto di vari materiali e che si articola in cicli: Sacchi, Legni, Ferri, Plastiche, Cretti. In queste opere non si riconoscono forme definite, sono i materiali che, attentamente organizzati, conferiscono efficacia alla composizione. I “sacchi”, per i quali Burri è diventato famoso in tutto il mondo, consistono in grandi tele gravide di materia pittorica, in cui parte della superficie è costituita da veri e propri sacchi di juta, con le cuciture, gli strappi, le scritte stampigliate. I materiali sono trattati come espressione di sé stessi ma, altempo stesso, come metafora di corpi squartati, aperti e violentati. Un linguaggio carnale e drammatico, alla cui formazione hanno contribuito anche gli studi di medicina condotti dall’artista in gioventù, e l’esperienza della guerra. Se “sacchi”, “legni” e “ferri” appartengono all’opera degli anni cinquanta, le “plastiche” sono tipiche degli anni sessanta e in questo Burri risponde appieno allo spirito del tempo. L’artista ferisce questa nuova materia con il calore delle bruciature, e la plastica risponde in maniera diversa dal sacco: è una ferita innaturale, totalmente inorganica, su una materia industriale e fredda. Nel 1973 Burri inizia a realizzare i “cretti”, che consistono in superfici quadrate o rettangolari, spesse, di colore bianco o nero, su cui si dipana un fitto intreccio di crepe e screpolature; l'aspetto assomiglia a quello dei terreni argillosi, crepati dopo lunghi periodi di siccità e l’artista evoca così l’idea del trascorrere del tempo.
Artisti italiani particolarmente attenti ad una pittura segnico-gestuale, vicina ai temi dell’Informale europeo, sono Emilio Vedova e Tancredi.
Emilio Vedova, dopo una fase artistica caratterizzata da un astrattismo rigorosamente geometrico, realizza, a partire dal 1952, opere caratterizzate da una violenta e drammatica pittura gestuale, un’arte immediata, di getto, fondata su di una pennellata libera da sistemi precostituiti, che diviene la testimonianza di un impulso vitale, e che, negli anni sessanta, diventa tridimensionale con i suoi Plurimi.
A differenza di quello di Vedova, il segno-gesto di Tancredi Parmeggiani è sottile ed elegantissimo, una pittura vitale ma senza eccessi, raffinata ed eterogenea, dettata fortemente dall’emotività, e condizionata nel tempo forse anche dal progredire di turbe psichiche che lo porteranno al suicidio nel 1963.
Da ricordare anche Mattia Moreni, Emilio Scanavino, Roberto Crippa, Gianni Dova, Giuseppe Santomaso, Alfredo Chighine, Franco Meneguzzo, Piero Ruggeri e Umberto Milani, i quali interpretano il segno e il gesto in sintonia con la materia.
Caratteristiche diverse presenta, invece, l’Informale dei componenti del gruppo Forma1, fondato nel 1947 da alcuni astrattisti romani - Carla Accardi, Ugo Attardi, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Mino Guerrini, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo e Giulio Turcato - in risposta alla disputa estetico-politica tra astrazione e figurazione, sviluppando una polemica nei confronti del realismo e del populismo artistico sostenuto da tutti gli operatori vicini al partito comunista.
Non a caso, la prima mostra del gruppo Forma1, allestita nel 1948 nella sede dell’Art Club di via Margutta, suscita un coro di commenti sprezzanti da parte di critici ed artisti di quella tendenza, come Antonello Trombadori e Renato Guttuso. Il linguaggio degli astrattisti di Forma1 possiede un carattere più eminentemente geometrico-razionale, con esiti che anticipano addirittura certi effetti optical.
Altri, come Giuseppe Capogrossi, Afro, Gastone Novelli, Ettore Colla, Toti Scaloia, interpretano l’astrazione “”lirica” con risultati personalissimi.
Teorizzazioni “informali” per certi versi più “moderate” si diffondono in pieni anni cinquanta, attraverso il recupero del mondo naturale, in una sorta di “ultimo naturalismo” capace di collegare le innovazioni linguistiche dell’Informale alla tradizione della pittura di paesaggio. In tal senso, alcuni artisti italiani vedevano la pittura Informale non come un’espressione delle proprie angosce e neppure come una manifestazione linguistica autonoma, bensì come rappresentazione di una natura in decomposizione; il segno e la materia non sono, dunque, quelli del sé, ma quelli della natura che si disfa nel colore e nella materia ma che resta comunque raffigurazione, in una sorta di sapiente rinnovamento della natura morta; tra i migliori interpreti di questo sentimento sono da ricordare Ennio Morlotti e Renato Birolli, entrambi facenti parte del “Gruppo degli otto” artisti non figurativi, insieme a Emilio Vedova, Giulio Turcato, Giuseppe Santomaso, Mattia Moreni, Antonio Corpora e Afro Basaldella.
E' proprio negli anni '50 che Morlotti produsse opere a carattere informale, sicuramente collegate all'esperienza di autori quali Wols, Fautrier, De Stael, ma anche Pollock e De Kooning, caratterizzate dalla esaltazione della materia cromatica pura, quasi principio creativo della realtà visibile in un progressivo processo di disgregazione.
Birolli è, invece, interprete di un immaginario sensibile ed emozionato, fatto di colori vibratili e intensi, in cui si rispecchia lo sforzo della cultura italiana di adeguarsi ai più avanzati modelli europei, e questo concorre a rendere la sua opera, al di là dell'eccellenza dei risultati, altamente rappresentativa.
In effetti, sebbene la situazione artistica italiana, tra il 1945 e il 1960, presenti caratteristiche comuni a quelle degli altri paesi europei, di fatto sviluppa sostanziali elementi distintivi. Alle poetiche dell’Informale, infatti, si sovrappone una cultura che non sempre, e non del tutto, si era liberata dal proprio rapporto con la tradizione figurativa precedente.
Non tutte le ricerche artistiche italiane degli anni cinquanta, infatti, possono essere comprese nell’Informale vero e proprio, a causa di una diffusa tendenza, formalizzatrice e compositiva, tipicamente italiana, anche quando si vorrebbero esprimere le pulsioni, le paure e il lato irrazionale della vita. Nell’Informale italiano, dunque, permane un aspetto compositivo e formale, rintracciabile anche sotto il segno o il gesto più violenti.
Tra gli artisti più rappresentativi dell’arte italiana degli anni cinquanta, e non solo, c’è certamente Lucio Fontana, che domina la scena artistica italiana e conquista il successo internazionale. Il lavoro di Fontana, pur sostanzialmente basato sulla poetica del gesto – evidentissima soprattutto nei “tagli” realizzati a partire dal 1957- di matrice certamente Informale, presenta però connotazioni anomale che ne fanno una sorta di eccezione notevole per la complessità delle implicazioni e per le influenze sulle successive generazioni di artisti, in Italia e all’estero.
Grande scandalo e accese critiche furono suscitate dai “tagli”, le opere più famose di Fontana, il cui vero titolo è per tutte Concetto spaziale, inizialmente interpretate come una provocazione con cui l’artista voleva dimostrare l’artificiosità e la vuotezza dell’arte contemporanea. In effetti, se si considera tutto il lavoro artistico svolto da Fontana a partire dagli anni trenta, si comprende come i suoi “tagli” siano in realtà coerenti con lo sviluppo innovativo del linguaggio dell’arte e, nel contempo, in armonia con i valori formali della grande tradizione artistica italiana. Oggi, infatti, l’opera di Fontana non si considera più come una provocazione, ma come la volontà geniale di andare oltre la superficie senza però rinunciare al classico campo d’azione artistica, simboleggiato proprio dallo spazio della tela.
Un altro grande rappresentante dell’Informale in Italia è Alberto Burri, che ne rappresenta il versante materico. Nel 1951 è tra i fondatori del Gruppo Origine, con cui si vogliono prendere le distanze sia dalla pittura figurativa che dall'astrattismo formalista e accademico proprio di tanti giovani artisti degli anni '40. E’ all’inizio degli anni cinquanta che Burri elabora un linguaggio originalissimo, di grande forza espressiva, basato sull’uso diretto di vari materiali e che si articola in cicli: Sacchi, Legni, Ferri, Plastiche, Cretti. In queste opere non si riconoscono forme definite, sono i materiali che, attentamente organizzati, conferiscono efficacia alla composizione. I “sacchi”, per i quali Burri è diventato famoso in tutto il mondo, consistono in grandi tele gravide di materia pittorica, in cui parte della superficie è costituita da veri e propri sacchi di juta, con le cuciture, gli strappi, le scritte stampigliate. I materiali sono trattati come espressione di sé stessi ma, altempo stesso, come metafora di corpi squartati, aperti e violentati. Un linguaggio carnale e drammatico, alla cui formazione hanno contribuito anche gli studi di medicina condotti dall’artista in gioventù, e l’esperienza della guerra. Se “sacchi”, “legni” e “ferri” appartengono all’opera degli anni cinquanta, le “plastiche” sono tipiche degli anni sessanta e in questo Burri risponde appieno allo spirito del tempo. L’artista ferisce questa nuova materia con il calore delle bruciature, e la plastica risponde in maniera diversa dal sacco: è una ferita innaturale, totalmente inorganica, su una materia industriale e fredda. Nel 1973 Burri inizia a realizzare i “cretti”, che consistono in superfici quadrate o rettangolari, spesse, di colore bianco o nero, su cui si dipana un fitto intreccio di crepe e screpolature; l'aspetto assomiglia a quello dei terreni argillosi, crepati dopo lunghi periodi di siccità e l’artista evoca così l’idea del trascorrere del tempo.
Artisti italiani particolarmente attenti ad una pittura segnico-gestuale, vicina ai temi dell’Informale europeo, sono Emilio Vedova e Tancredi.
Emilio Vedova, dopo una fase artistica caratterizzata da un astrattismo rigorosamente geometrico, realizza, a partire dal 1952, opere caratterizzate da una violenta e drammatica pittura gestuale, un’arte immediata, di getto, fondata su di una pennellata libera da sistemi precostituiti, che diviene la testimonianza di un impulso vitale, e che, negli anni sessanta, diventa tridimensionale con i suoi Plurimi.
A differenza di quello di Vedova, il segno-gesto di Tancredi Parmeggiani è sottile ed elegantissimo, una pittura vitale ma senza eccessi, raffinata ed eterogenea, dettata fortemente dall’emotività, e condizionata nel tempo forse anche dal progredire di turbe psichiche che lo porteranno al suicidio nel 1963.
Da ricordare anche Mattia Moreni, Emilio Scanavino, Roberto Crippa, Gianni Dova, Giuseppe Santomaso, Alfredo Chighine, Franco Meneguzzo, Piero Ruggeri e Umberto Milani, i quali interpretano il segno e il gesto in sintonia con la materia.
Caratteristiche diverse presenta, invece, l’Informale dei componenti del gruppo Forma1, fondato nel 1947 da alcuni astrattisti romani - Carla Accardi, Ugo Attardi, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Mino Guerrini, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo e Giulio Turcato - in risposta alla disputa estetico-politica tra astrazione e figurazione, sviluppando una polemica nei confronti del realismo e del populismo artistico sostenuto da tutti gli operatori vicini al partito comunista.
Non a caso, la prima mostra del gruppo Forma1, allestita nel 1948 nella sede dell’Art Club di via Margutta, suscita un coro di commenti sprezzanti da parte di critici ed artisti di quella tendenza, come Antonello Trombadori e Renato Guttuso. Il linguaggio degli astrattisti di Forma1 possiede un carattere più eminentemente geometrico-razionale, con esiti che anticipano addirittura certi effetti optical.
Altri, come Giuseppe Capogrossi, Afro, Gastone Novelli, Ettore Colla, Toti Scaloia, interpretano l’astrazione “”lirica” con risultati personalissimi.
Teorizzazioni “informali” per certi versi più “moderate” si diffondono in pieni anni cinquanta, attraverso il recupero del mondo naturale, in una sorta di “ultimo naturalismo” capace di collegare le innovazioni linguistiche dell’Informale alla tradizione della pittura di paesaggio. In tal senso, alcuni artisti italiani vedevano la pittura Informale non come un’espressione delle proprie angosce e neppure come una manifestazione linguistica autonoma, bensì come rappresentazione di una natura in decomposizione; il segno e la materia non sono, dunque, quelli del sé, ma quelli della natura che si disfa nel colore e nella materia ma che resta comunque raffigurazione, in una sorta di sapiente rinnovamento della natura morta; tra i migliori interpreti di questo sentimento sono da ricordare Ennio Morlotti e Renato Birolli, entrambi facenti parte del “Gruppo degli otto” artisti non figurativi, insieme a Emilio Vedova, Giulio Turcato, Giuseppe Santomaso, Mattia Moreni, Antonio Corpora e Afro Basaldella.
E' proprio negli anni '50 che Morlotti produsse opere a carattere informale, sicuramente collegate all'esperienza di autori quali Wols, Fautrier, De Stael, ma anche Pollock e De Kooning, caratterizzate dalla esaltazione della materia cromatica pura, quasi principio creativo della realtà visibile in un progressivo processo di disgregazione.
Birolli è, invece, interprete di un immaginario sensibile ed emozionato, fatto di colori vibratili e intensi, in cui si rispecchia lo sforzo della cultura italiana di adeguarsi ai più avanzati modelli europei, e questo concorre a rendere la sua opera, al di là dell'eccellenza dei risultati, altamente rappresentativa.
