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“Spazialità ritmiche”: Giorgio Griffa e Pino Pinelli - News

06/09/2011

“Spazialità ritmiche”: Giorgio Griffa e Pino Pinelli “Spazialità ritmiche”: Giorgio Griffa e Pino Pinelli
a cura di Giorgio Bonomi
dal 10 settembre al 09 ottobre 2011
Spazialità ritmiche è  un percorso tra pitture e carte eseguite dalla fine degli anni ’60 fino ad oggi da due grandi artisti protagonisti della pittura analitica: Giorgio Griffa e Pino Pinelli.  Le loro affinità e le loro diversità verranno analizzate in questa mostra, curata da Giorgio Bonomi, che inaugurerà il 10 settembre nello spazio di Luca Tommasi, a Monza.
Giorgio Griffa è nato a Torino nel 1936. Artisticamente si forma nella città piemontese degli anni ’60, anni ricchi culturalmente, anni  che vedranno la nascita di quella che Germano Celant teorizzerà come Arte Povera. Griffa sente affinità con gli artisti del gruppo, ma l’Arte Povera tende a bandire pittura e colore, e il nostro artista non rinuncia a dipingere, non rinuncia alla pratica della pittura e all’utilizzo del colore, anche se con un approccio non più romantico ed eroico, ma con un approccio non emotivo, analitico, e si inserisce appunto in quella che Filiberto Menna definirà Pittura Analitica, Pittura Pittura. 
Pino Pinelli  nasce a Catania nel 1938. Anche i suoi inizi sentono la vicinanza del movimento teorizzato da Celant,  ma pur capendone il pensiero, il suo incontrollabile interesse per il colore lo allontana dal sentirsi affine con il gruppo.  Pinelli, artista aniconico, inizia la sua ricerca intorno agli anni ’70 con “le geometrie molli”. Nel 1973 realizza i suoi primi monocromi rientrando a pieno nella definizione di Filiberto Menna, e avvicinandosi agli artisti analitici.
Analizzare la tela, pensare, dipingere, riflettere sul segno, sul colore, senza sovrastrutture simboliche.
Due artisti che superano la classicità di tela-telaio-quadro. Pinelli fa esplodere i quadri, diventano piccoli frammenti; Griffa lascia le tele senza telaio, allontana gli elementi classici della pittura; transita, scorre, si muove.

Come dice il curatore Giorgio Bonomi: Pinelli “rompe” il quadro come Griffa “rompe” il telaio, e quest’ultimo pure partecipa di quella forma che è caratteristica principale del primo, la “disseminazione”, infatti l’artista torinese “dissemina” i suoi segni sulla superficie . L’essere e il non essere, allo stesso tempo, nella analiticità, intesa non già come metodologia bensì come gruppo operativo, appartiene ad entrambi gli artisti che qui presentiamo, c’è un altro aspetto che facilita e giustifica l’accostamento, quello del “ritmo armonioso” dei segni e degli elementi costitutivi dell’opera.
Giorgio Griffa, infatti, da anni ama dipingere gli “arabeschi” che come sappiamo hanno una lunga storia e tradizione, ma che, per restare in tempi più vicini a noi, ci rimandano a Matisse; inoltre non solo l’arabesco è elemento compositivo fondamentale per l’artista, ma viene anche, per così dire, teorizzato, perché dice che l’arabesco è quel segno che in ogni epoca e in ogni luogo viene riconosciuto.
Le disseminazioni di Pino Pinelli ugualmente si presentano con un “ritmo armonioso”: frutto di una simbolica esplosione, le parti della totalità originaria si collocano sulla parete con un ordine simmetrico o, per lo meno, euritmico. Gli elementi, quasi sempre monocromi e che si offrono con una “pelle” vellutata al tatto per il trattamento della materia, si aggregano con interne proporzioni e con fondate simmetrie; allo stesso modo che i segni, le forme, i numeri sulle leggere tele di Griffa si alternano e si presentano ritmicamente dosate.





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